Il conflitto tra Patrizi e Plebei a Roma
(494 a.C - 367 a.C.)
I.
La Plebe sul Monte Sacro
In un momento così difficile della sua giovane storia, i romani continuavano ad avere seri problemi di coesione interna. Il rapporto tra patrizi e plebei continuava a degradarsi sempre di più a causa della condizione difficile in cui versava la plebe, una condizione che era notevolmente peggiorata proprio a causa delle continue guerre che Roma aveva dovuto combattere con i suoi tanti nemici.
Roma aveva perso gran parte del suo territorio ed a pagare i maggiori danni erano stati proprio i piccoli proprietari che avevano fornito gran parte delle forze necessarie alla guerra e che al ritorno a casa si ritrovavano anche senza il proprio podere sottrattogli dai nemici contro cui avevano combattuto.
Per sopravvivere, questi disperati, erano costretti a chiedere dei prestiti ai ricchi proprietari terrieri, prestiti che, normalmente, non erano in grado di restituire. La legge romana su questo aspetto era molto dura e la sanzione per i debitori era la schiavitù e il creditore aveva diritto di disporre della vita del debitore. Si racconta di episodi in cui un debitore veniva squartato e il suo corpo veniva diviso tra tutti coloro che vantavano una parte del credito.
Tito
Livio racconta come un giorno, mentre la guerra contro i volsci era alle porte,
un uomo di una
certa
età perché fosse in quella condizione, egli raccontò che durante la guerra
contro i sabini, i suoi nemici gli avevano razziato il raccolto, incendiato la
fattoria e portato via il bestiame. In questa situazione disastrosa, per far
fronte alle tasse, si era indebitato pesantemente e, a causa degli interessi,
aveva perso le poche proprietà di cui era ancora in possesso. Ma non contento il
creditore lo aveva costretto non alla schiavitù bensì alla tortura. Dicendo
questo mostrò la schiena coperta da cicatrici. A quella vista, i plebei
cominciarono ad agitarsi e presto l'agitazione si diffuse in tutta la città.
Roma
rischiava di finire nell'anarchia se non addirittura in una guerra civile,
questo mentre la sua integrità veniva minacciata a sud dall'aggressivo popolo
dei volsci e a nord dai veienti che, approfittando della situazione in cui
versava l'eterna rivale tentavano di prendersi una rivincita dalle tante
umiliazione subite.
Di
fronte al pericolo, il console Publio Servilio, cercava di placare la folla in
tumulto ma i discorsi retorici e il gesto drammatico con cui il console
abbandonò la toga purpurea, simbolo del potere, non sembravano sortire effetto.
Solamente dopo aver promesso che la schiavitù per debiti sarebbe stata abolita,
la situazione tornò alla calma.
Ma la
tranquillità non durò molto, infatti, respinto il pericolo incombente, l'altro
console romano, un nobile che di nome faceva Appio Claudio rinnegò le promesse
del suo collega e proseguì in una politica antiplebea.
La protesta riprese forte e vigorosa e fu così che un certo Sicinio Belluto aizzò i soldati affinché attuassero una forma clamorosa di ribellione: la secessione. E così un folto numero di soldati di origini plebee, abbandonò Roma e si recò in una collina fuori città ai piedi dell'Aniene.
Inutili erano le esortazioni che li invitavano a tornare in città per contribuire alla sua difesa. Anzi queste esortazioni sembravano avere effetto contrario perchè flotte di plebei lasciarono l'Urbe per unirsi ai ribelli.
Preoccupati dalla crescente ostilità dei popoli nemici, i senatori inviarono ambasciatori a trattare con i secessionisti, ma non ottennero altro che rifiuti. Del resto la logica che li animava era semplice: non c'era nessuna ragione per tornare a Roma a difendere gli interessi di chi li aveva ridotti in schiavitù.
Nel frattempo il patriziato si era spaccato in due fazioni: quella intransigente, e cioè contraria ad ogni trattativa, e quella più moderata che di fronte al pericolo era disposta a concedere qualcosa ai ribelli pur di arrivare alla riconciliazione. Anche tra i plebei le posizioni erano diversificate e tra gli irriducibili si distingueva un certo Lucio Giunio che, appropriandosi del nomignolo di Bruto, si richiamava all'omonimo "padre della Repubblica" e come lui era si dimostrava contrario ad ogni compromesso.