Lepanto
( ottobre 1571 )
3.
15 Agosto 1571.
Alcuni giorni dopo, Bragadin, già gravemente infetto per il taglio degli
orecchi, riceve dal capo turco la proposta di farsi musulmano in cambio della
vita, ma il comandante veneziano subito gli rinfaccia il tradimento della parola
data, scegliendosi cosi l’orrenda fine. Il 15 Agosto, dopo indicibili supplizi,
egli viene denudato, legato ad una colonna e scorticato vivo alla presenza del
Pascià: senza proferire lamento alcuno e con l’assoluta dignità di veneto
soldato, l’eroico Capitano Generale sopporta in silenzio il suo martirio fino
all’ultimo respiro. Le sue membra sono disperse fra l’esercito turco. La sua
pelle, riempita di paglia, ricucita e rivestita ad umano sembiante, è mostrata
in tutta Famagosta e in Asia, per arrivare poi a Costantinopoli e, infine,
sottratta da un veronese, a Venezia anni dopo, dove trova finalmente sepoltura,
dapprima nella Chiesa di San Gregorio e poi nella Basilica dei Santi Giovanni e
Paolo, dove giace ancora oggi.
Fra
tanto orrore, l’episodio di Famagosta sortì però indubbiamente pure il positivo
effetto di indebolire il morale e le capacità offensive dei turchi, concorrendo
così a determinare il favorevole esito dello scontro che avrebbe avuto luogo di
li a poco più d’un mese a qualche centinaio di chilometri da Cipro, scontro che
avrebbe visto contrapposte le forze ottomane alle forze cristiane e che sarebbe
passato alla storia come il più sanguinoso evento sul mare di tutti i tempi.
Mentre Famagosta capitolava e l’eroe veneto subiva il martirio, la flotta veneta
era arrivata a Messina, attesa dalle altre forze della Santa Lega, una specie di
Crociata promossa da Papa Pio V contro l’Infedele Turco.
Nell’armata cristiana si erano alleate tre flotte: quella veneta, guidata dal
Capitano Generale Sebastiano Venier; quella del Papa, agli ordini di Marcantonio
Colonna, e quella di Filippo II, diretta dal fratello ventiseienne Don Giovanni
d’Austria. Contava circa 210 galee, per metà venete, 6 galeazze, tutte venete, e
oltre 60 fregate. In totale circa 280 bastimenti, sui quali trovavano posto 1800
pezzi d’artiglieria, 34.000 soldati, 13.000 marinai e 43.000 vogatori (per metà
schiavi turchi e criminali comuni). Don Giovanni d’Austria era Comandante
Supremo dell’armata.
Dopo non poche difficoltà organizzative e finanziarie e numerosi episodi di
rivalità tra soldati di diversa parte, si convenne di dividere le tre flotte in
quattro squadre, distinte da bandiere di diverso colore e composte ognuna da
navi provenienti da tutte le nazioni partecipanti, cosi da impedire il sorgere
di eventuali gelosie tra le truppe e ottenere un’armata la più compatta
possibile.
Dall’altra parte, riunita nel Golfo di Corinto, stava la grand'armata musulmana,
pure divisa in quattro squadre. Contava circa 230 galee e una sessantina di
bastimenti minori. In totale circa 280 legni, 750 cannoni, 34.000 soldati,
13.000 mariani e 41.000 rematori (in buona parte schiavi cristiani, per lo più
greci). Il Supremo Comandante era Alì Pascià, vecchio ammiraglio dei gloriosi
giorni del sultano Solimano.