Lepanto

( ottobre 1571 )

4.

7 Ottobre 1571: Nella notte dal 6 al 7 ottobre l’armata cristiana arrivò all’imbocco del Golfo di Corinto, ad una ventina di miglia dalla flotta ottomana, da dove, all’alba del 7, ne intravide all’orizzonte le bianche vele. I Cristiani si presentavano da ponente, i Turchi da levante.

Da entrambe le parti aleggiava un certo ottimismo, conseguente alle difettose stime acquisite da ognuna delle due armate sull'entità dell’altra: ciascuno dei due contendenti si credeva superiore all’avversario ed era impaziente di misurarsi con lui. Soffiava un vento fresco da scirocco, che spingeva le vele turche verso i cristiani, i quali invece avanzavano a remi.

Don Giovanni, dalla reale di Spagna, ordinò all’armata di schierarsi. Le galee della Lega si affiancarono, disponendosi quasi a contatto di remi: una formidabile linea di fronte, preceduta dalle figure imponenti delle 6 galeazze venete, allargate in tre coppie a protezione delle tre squadre principali.

Ali Pascià, dalla Reale Turca, ordinò lo schieramento di battaglia. Il vento di scirocco mutò in una brezza da ponente, che favorì L’armata cristiana costringendo i turchi a dar di remo.

Il giovanissimo comandante supremo della Lega si rivolse a Sebastiano Venier e, come a cercare consiglio nell’esperienza del veneziano, gli chiese: "Che si combatta?". Il vecchio capitano generale da mar senza esitazione alcuna gli rispose: "E’ necessità et non si può far di manco" - e certamente non immaginava di star dettando, con quelle sue parole, alla storia d’Europa L’inizio di uno dei suoi più importanti capitoli.

Mancava poco a mezzogiorno quando la linea turca, forse un po' sorpresa dalla visione di quell’immenso schieramento irto di cannoni che aveva sottostimato, si fece colpire dalle potenti artiglierie della galeazza del veneziano Francesco Duodo e mostrò qualche disordine, simultaneamente investita da un inferno di moschetteria eruttato dalle sei galeazze. Oltrepassate le grandi navi venete, le imbarcazioni turche, già in parte danneggiate, sbatterono contro il muro delle galee cristiane. D’un tratto non valse più alcuna tattica ne direttiva e fu la confusione più totale. Ognuno combatteva con quanto gli capitava in mano, e non c’era luogo, sui ponti e sulle corsie delle galee, che non fosse penetrato da archibugiate, frecce, spade e pugnali.

Il combattimento si fece più acceso fra le navi ammiraglie: la Reale Turca e la Reale di Spagna ingaggiarono un tremendo duello, appoggiate dalle rispettive capitane e da molte altre galee, cristiane e turche, accorse in loro aiuto. Poi le due navi si urtarono e quindi si affiancarono, si lanciarono a vicenda gli arpioni e iniziò l’arrembaggio.

Intanto, l’ala sinistra del comandante veneto Agostino Barbarigo si scontrava impetuosamente con l’ala destra turca di Maometto Scirocco, facendogli perdere una quindicina di galee. Guerrieri d'altre galee del sultano tentarono di invadere la nave, valorosamente contrastati dai soldati veneti. Il Barbarigo, che, "sempre tra i primi aggirandosi e dove era più folta la tempesta dei nemici correndo, mostrava che se per l’arte non era a niun capitano secondo, per la prontezza della mano e per l’ardire pareggiava i più animosi soldati", riuscì a respingere ben due assalti dei turchi, ma al terzo fu mortalmente colpito. L’evento precipitò il morale nella galea veneta, che però fu prontamente soccorsa da altri bastimenti alleati. La galea turca ebbe la peggio e affondò. Scirocco fu preso e decapitato.

Molti schiavi cristiani nelle galee turche spezzarono le catene e con armi di fortuna assalirono alle spalle i loro persecutori; quindi, gridando alla libertà, saltarono sulle galee della Lega, mettendosi ai remi.

La battaglia culminò. Le urla dei combattenti, unite al suono delle trombe cristiane, al rullare dei tamburi turchi, all’esplodere delle granate, agli spari degli archibugi, all’incrociarsi delle spade e agli urti tra remi generavano un frastuono assordante. Molti altri uomini morirono, ancora tante galee cristiane e turche affondarono o bruciarono, in un inferno che sembrava non finire mai...

Arrivarono quasi le quattro del pomeriggio. Il mare era ormai una raccapricciante distesa coperta di sangue, di lamenti, di cadaveri, di remi spezzati, di pezzi di alberature e d'innumerevoli altre cose. Ma la battaglia era finita, e la grand'armata turca distrutta.

La flotta cristiana era padrona del mare.

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