Pavia

( febbraio 1525 )

5.

La Battaglia di Pavia
di Luigi Casali

La reazione francese

I soldati che sono riusciti a fuggire da Mirabello corrono a dare l’allarme. Francesco I e i suoi comandanti comprendono finalmente che quanto sta accadendo è qualcosa di più serio di una semplice “incamiciata” notturna. Le truppe immediatamente disponibili si dispongono in ordinanza da battaglia e l’artiglieria campale si muove per prendere posizione. Il re e 600 gendarmi con il loro seguito si dispongono sulla sinistra, lungo la Vernavola; il quadrato di circa 3.000 svizzeri guidato da Florange occupa il centro, la Banda Nera tiene l’ala destra; quattordici cannoni sono disposti tra le formazioni della cavalleria e della fanteria. Una riserva di circa 400 gendarmi agli ordini di Carlo IV, duca d’Alençon, si dispone in posizione arretrata verso Pavia. Altri 4.000 svizzeri sono lontani, verso il Ticino, e non possono intervenire immediatamente. Gli italiani delle bande di Giovanni de’ Medici, assente perché ferito alcuni giorni prima, devono coprire la linea di circonvallazione a settentrione di Pavia per prevenire l’eventuale sortita degli assediati; alcune migliaia di soldati francesi e italiani, accampati a sud della città, oltre il Ticino, sono troppo lontani per poter prendere parte alla battaglia.

Mentre l’esercito imperiale marcia verso Mirabello quello francese risale verso nord per intercettarlo. Resisi conto che la sorpresa è in parte fallita, gli imperiali formano la linea di battaglia che ha sulla destra la cavalleria, al centro il quadrato spagnolo di circa 5.000 fanti e a sinistra i due quadrati di lanzichenecchi, ciascuno forte di circa 5.000 uomini. Il marchese del Vasto, non avendo ricevuto fino a quel momento alcun segnale da de Leyva e temendo di restare isolato, ha nel frattempo abbandonato la posizione a Mirabello e, ripassata la Vernavola, si è riunito al grosso dell’esercito con i suoi 3.000 archibugieri. Gli imperiali non dispongono di artiglierie in prima linea.

Di fronte all’intero esercito nemico i francesi non schierano al momento che i due quadrati di picchieri, lo svizzero e la Banda Nera, in tutto meno di 8.000 fanti, forse 3.000 cavalieri, compresi quelli della riserva di Alancon, e quattordici cannoni.

L’artiglieria francese inizia un nutrito fuoco che apre solchi sanguinosi nei massicci quadrati imperiali. Per ripararsi i fanti si stendono a terra, coprendosi negli avvallamenti del terreno. Frattanto Fracesco I ha cominciato a muovere con la sua sceltissima schiera di gendarmi per incontrare il nemico la cui fanteria, nell’incerta luce dell’alba offuscata dalla nebbia e dal fumo dei cannoni, crede già scompigliata dall’artiglieria e prossima ad essere annientata dagli svizzeri e dalla Banda Nera. Dal canto suo il re brucia dal desiderio di misurarsi finalmente in campo aperto, faccia a faccia, con il nemico e vuole a tutti i costi giocare il ruolo decisivo della giornata per assicurarsi il merito principale della vittoria. Così, quando si trova di fronte la cavalleria imperiale non ha esitazioni e si lancia immediatamente alla carica seguito dai suoi cavalieri, perdendo in tal modo ogni contatto con il resto dell’esercito.

Il muro di ferro della Gendarmeria reale respinge la cavalleria imperiale che si ritira in disordine. Nel combattimento Ferrante Castriota, marchese di Civita Sant’Angelo, comandante di un reparto di cavalleria leggera, viene letteralmente tagliato in due, dall’alto al basso, da un tremendo fendente vibrato dal re di Francia. I francesi si fermano per far rifiatare i cavalli, sfiancati dalla carica e dal combattimento. Francesco I è raggiante. Ormai sicuro della vittoria, alza la celata dell’elmo e rivolgendosi a Thomas de Foix, signore di Lescun, che gli è a fianco, esclama la famosa frase: “Monsignore, adesso mi voglio chiamare Signore di Milano!”.

 

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