Terra al femminile

Donne e agricoltura fra primo e secondo Novecento

di

Giovanni Murru

I.

 

I mutamenti che caratterizzano l’organizzazione del lavoro e la ripartizione di diritti e doveri delle classi lavoratrici, nelle società tradizionali a cavallo tra Sette e Ottocento, vedono le donne ai margini: ad esse è lasciata la cura della casa e dell’educazione dei figli; ad esse spetta garantire alla vita familiare una corretta gestione economica che unisca sapientemente i frutti dell’economia autoprodotta ai benefici dei redditi maschili che provengono, quasi esclusivamente, dal lavoro svolto in ambito rurale. Questa tendenza di lungo periodo, comincia a modificarsi nella seconda metà del XIX secolo. A metà degli anni settanta dell’Ottocento, nelle regioni dell’Europa occidentale che per prime sono attraversate da un industrialismo diffuso, le donne cominciano ad avere meno figli che in passato.

Quest’epoca è caratterizzata da un’inedita transizione demografica: il dato più evidente è, infatti, quello concernente la diminuzione della mortalità che si accompagna, per la prima volta, ad una più ridotta natalità. Se in passato l’elevato numero delle nascite faceva eco ad un enorme numero di decessi, dovuti in primis a ragioni igieniche e di carenza alimentare, ora si assiste alla diffusione lenta ma costante di una deliberata limitazione delle nascite.

Ridurre le nascite significa innanzi tutto limitare fortemente il numero degli aspiranti eredi al patrimonio famigliare: tutto questo non solo giova al possesso rurale, ovvero al patrimonio che i padri lasciano ai figli, ma limita lo spezzettamento dei fondi rustici destinati «naturalmente» alle nuove generazioni.

Speculare a questa tendenza, si affaccia prepotente l’elemento epocale dell’urbanizzazione, che consente ai nuclei che partecipano ai processi produttivi industriali di aspirare, più o meno realisticamente, a garantire a se stessi un nuovo ed inedito tenore di vita: l’organizzazione urbana, i tempi lavorativi e quelli di libertà risultano per molti versi rivoluzionati rispetto all’organizzazione del ménage agricolo tradizionale mentre inizia a dilatarsi il periodo di permanenza dei figli sotto il tetto paterno. L’infanzia, l’età scolare, l’accesso al tirocinio, l’ingresso nel mondo del lavoro, il raggiungimento dello status professionale, l’acquisizione di un reddito personale: tutti questi passaggi dell’esistenza individuale si celebrano all’interno del nucleo familiare di origine. Solo il matrimonio segna il distacco, non sempre sostanziale, dal nucleo familiare di origine. Ciò vale presso che esclusivamente per l’elemento maschile, dal momento che le donne ancora a lungo restano estranee, anche statisticamente, dall’economia e dal conteggio dei redditi da lavoro dipendente. Nei paesi dell’Europa occidentale, infatti, ancora tra il 1890 ed il 1900, due maschi su tre sono classificati come «occupati» mentre tre donne su quattro non ricadono in questa categoria. Anche considerando i dati che pongono in rapporto lo status di occupati e di coniugati, è da notare che, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, il 95% degli uomini sposati, d’età compresa tra 18 e 60 anni, possono dirsi «occupati», viceversa, solo dodici donne su cento risultano tali, contro il 50% delle nubili ed il 40% delle vedove.

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