Terra al femminile

Donne e agricoltura fra primo e secondo Novecento

di

Giovanni Murru

II.

La crescita delle città e delle periferie industriali introduce ed accentua la separazione fra vita domestica e lavorativa: il luogo del privato e quello del lavoro non coincidono, mentre l’organizzazione di vita delle campagne registra ancora la necessità del coniuge ad avvalersi della collaborazione della compagna di vita la quale – come madre, come donna di casa, come lavoratrice – presta assistenza e collaborazione, senza soluzione di continuità né rispetto ai tempi educativi dei figli né tantomeno rispetto ai tempi dell’anno agrario.

Il contributo delle donne è essenziale per lavorare la terra, selezionare i raccolti, organizzare i tempi della casa; esse assolvono la plurima funzione di lavoratrici part time sul fondo rustico e di «professioniste» full time all’interno delle mura domestiche. Al di là della diversità d’incarichi che uomo e donna ricoprono durante le fasi dell’anno agrario, non solo è lecito ma è addirittura logico affermare che il reddito agricolo è guadagnato da entrambi i coniugi.

Solo l’organizzazione del lavoro industriale introduce la comparsa della figura della «casalinga» propriamente detta, cioè di colei che, occupandosi della casa e della prole, lascia al capofamiglia maschio il compito di garantire un reddito monetario proveniente dal lavoro in fabbrica o derivante da altra mansione, svolta comunque all’esterno del sito di residenza. In questo senso, l’industrializzazione interviene ad estromettere le donne dal processo produttivo rigidamente organizzato secondo mansioni, tempi e redditi ben definiti. Controcanto a questo fenomeno, è la «mascolinizzazione» della politica che, appunto, diviene «cosa di uomini», in conseguenza dell’estensione del suffragio al solo sesso maschile ed anche in virtù della partecipazione degli uomini alla vita associativa, di partito e di sindacato, ambito cui, a dire il vero, sino al primo Ottocento le donne non erano state estranee.

Con l’ingresso delle donne nella burocrazia, negli uffici, nelle manifatture, negli opifici e nella scuola, la situazione accenna ad equilibrarsi: la presenza dell’elemento femminile nelle pubbliche amministrazioni è un po’ la cartina al Tornasole della definizione di un ruolo politico femminile che – seppur limitato alle esponenti della middle class – si mostra carico di conseguenze sociali, specie considerando la partecipazione massiva delle donne alla diffusione e all’organizzazione strutturata dell’insegnamento. Sono insomma le donne le prime protagoniste del processo educativo «di massa» introdotto dalla modernità ed anche in Italia esse partecipano a questa innovazione di lungo periodo. La stessa attenzione del regime fascista al ruolo della donna in campo pedagogico e scolastico la dice lunga sull’importanza e sul significato strategico che lo Stato contemporaneo assegna a queste competenze.

 

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