Terra al femminile

Donne e agricoltura fra primo e secondo Novecento

di

Giovanni Murru

III.

 

Ritorno alla terra e difesa dei valori della tradizione rappresentano due delle più note peculiarità della strategia educativa privilegiata dal fascismo. Questi fenomeni si acuiscono in particolare nel corso degli anni Trenta del Novecento, anche se, come è noto, ruralismo ed antiurbanesimo sono più e più volte richiamati nei discorsi ufficiali e negli interventi pubblici di Mussolini.

Non minore interesse rivestono, da questo punto di vista, la letteratura scolastica, quella giornalistica e quanto rientra nella folta produzione di quegli intellettuali che, come Ardengo Soffici, Mino Maccari, Giovanni Papini e Curzio Malaparte, prendono parte sulle pagine delle riviste di cultura dell’epoca alla nota querelle tra Strapaese e Stracittà. Il valore della ruralità entra in gioco come metafora dell’attaccamento alla patria. Diventano usuali espressioni e slogan che, mutuando la virtù bellica del soldato italiano, trasferiscono dai campi di battaglia a quelli rustici i richiami alla lotta per l’autosufficienza alimentare della nazione, ad esempio utilizzando simbolismi e formule retoriche che mirino ad incitare il contadino (già soldato) a difendere con impeto i campi sottratti alla furia stagionale delle piene e alle anopheles.

Fin dal suo sorgere il fascismo costruisce le parole d’ordine del proprio ruralismo («È questa la battaglia che noi preferiamo») con una straordinaria commistione di linguaggi di massa: cinema, stampa, letteratura per l’infanzia, documentari, politica sociale, campagne profilattiche e pedagogia di regime. Non a caso, il capo del fascismo è annoverato fra i neo catonisti più convinti, per quanto l’Italia non sia l’unico paese in cui è in atto una vera e propria campagna di opinione a difesa del «ritorno alla terra»: Francia, Germania, Stati Uniti d’America sono anch’essi in prima fila, da questo punto di vista, in quello che può a ragione essere considerato un trend ideologico che rinvia alla terra, innanzi tutto in risposta alla grande crisi del 1929. Il ristagno economico dell’industria, che si annuncia fin dalla prima metà degli anni Venti, suggerisce e raccomanda l’avvio di una più convinta strategia ruralista, tutt’altro che estranea allo stesso pensiero democratico americano, come testimonia, seppure con assai maggiore dispendio di mezzi, il varo del New Deal rooseveltiano.

«Sfollare le città» è un imperativo categorico che fa rima con l’incentivazione della natalità. Rischia senza dubbio di apparire un ossimoro l’obiettivo di ripopolare le campagne, per garantire la «urbanizzazione» delle terre strappate alla palude. Il fascismo tenta di contrastare l’inurbamento, talvolta vi riesce, talvolta fallisce, ma è certo biunivoca la strategia che esso mette in atto, sia per ragioni strettamente economiche, sia ancora con motivazioni ideologiche, auspice la sintonia che in questo senso lega il potere politico ai desiderata della Chiesa cattolica.

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