Terra
al femminile
Donne e agricoltura fra primo e secondo Novecento
di
Giovanni Murru
IV.
Basterebbe
altresì scorrere la folta letteratura di regime per scorgere decine e decine di
riferimenti e di espressioni che, suonando a lode dei contadini e delle loro
famiglie, raccomandano l’incentivazione delle nascite, biasimano la vita
comoda di città e la velleità dei rapporti sociali e politici che in essa si
consumano. Il fascismo, anche da questo punto di vista, mostra molteplici
contraddizioni, laddove, ad esempio, crea città pensate ed architettate
strutturalmente per accogliere decine di migliaia di nuovi occupati. Eppure
Mussolini non manca di riconoscere alla campagna di aver immeritatamente subito
le conseguenze dell’industrializzazione e ad essa assegna l’onere di
reperire le energie necessarie al rilancio della nazione in termini produttivi,
autarchici e natalisti. Ecco allora la «estetizzazione» della ruralità che
nella foltissima iconografia dell’epoca unisce
arte
ed economia, religione e laicità, culto dello Stato e politica demografica.
La
scuola non manca di fare la propria parte, come dimostra l’editoria di Stato
con i volumi obbligatori stampati a milioni di copie: l’italiano nuovo
che il regime ha in mente di forgiare andrà educato nel rispetto del mito della
terra; la realizzazione del sé avverrà in campagna più che nelle aree urbane,
in sintonia con il legame tradizionale che unisce famiglia e fondo rustico,
senza tralasciare le velleità della quarta sponda e della romanità rivissuta dai nuovi coloni.
La
maternità e la prolificità contadine, elevate a modello moralizzatore,
trasportano e quasi rinchiudono la femminilità nel solo ambito domestico: più
figli, più braccia per le terre incolte insomma, malgrado anche in Italia sia
già matura la tendenza allo spopolamento delle campagne.
Gli
strumenti della politica sociale mussoliniana sono numerosi, anche se non sempre
redditizi. Ecco allora la «Giornata della Madre e del Fanciullo», l’Opera
Nazionale Maternità e Infanzia, la profilassi di massa e la diffusione della
pratica sportiva, anche paramilitare, la tassa sul celibato e le campagne
pubblicitarie contro le malattie endemiche – tubercolosi, tracoma, malaria -
tutte misure che avrebbero addirittura stentato a decollare senza il ruolo,
ausiliario e non solo, delle donne. Le fonti ufficiali denotano anche il
tentativo - fuori tempo massimo - di portare sul piano del numero degli abitanti
le residue ed improbabili chances militari, belliche e colonialistiche. Resta l’urgenza di
sfamare gli italiani, ricorrendo alla produzione agricola interna (frumento,
vite, frutta) non senza danno per altri settori che, specie nel meridione,
soffrono l’atavica organizzazione del lavoro e la mancanza d’investimenti
coerenti e davvero modernizzatori.
Non
minore interesse suscita l’analisi della posizione ufficiale della Chiesa e
delle gerarchie cattoliche. Già nel 1921, la «Civiltà Cattolica», facendo
dell’attaccamento alla ruralità un valore etico, sacro, addirittura anti
idolatrico, riconosceva le diversità caratteriali, quindi morali e sociali, del
mondo contadino rispetto alle seduzioni della vita urbana. Ciò a garanzia della
stabilità sociale e come vincolo della presenza cristiana nelle campagne di
recente insediamento. A questo obiettivo mira l’evangelizzazione svolta da
Ordini religiosi che, come quello Salesiano, partecipano all’organizzazione e
alla diffusione della pratica cristiana nelle regioni di recentissima bonifica,
a cominciare dall’Agro pontino e fino alla stessa Sardegna, come mostra il
caso dell’apostolato svolto dagli eredi di Don Bosco
nella
piana di Terralba, fin dalla fondazione della Società Bonifiche Sarde. Un filo
rosso lega dunque l’attività dell’Ordine nell’organizzazione della scuola
e dell’educazione, con la presenza stabile di una struttura parrocchiale ed
oratoriana e mediante i primi esempi di formazione professionale rurale. Anche a
dispetto dell’ala più intransigente del regime, nel 1927 la «Civiltà
Cattolica» riassume la posizione ufficiale dell’establishment
vaticano in termini di politiche demografiche, valori cattolici, questione
morale e lotta all’imperialismo antietico. Le stesse associazioni cattoliche
femminili producono occasioni di confronto, di sensibilizzazione e di
educazione, in particolare a beneficio delle fasce più giovani, con una strenua
difesa degli spazi d’autonomia dal potere politico: tutto ciò, a lungo
andare, determinerà la nota «diarchia» educativa di Chiesa e Partito
Nazionale Fascista. Le donne sono protagoniste della vita parrocchiale e della
vita scolastica: ad esse è demandato il compito di istruire le giovani che si
approssimano al matrimonio e alla conduzione della casa, senza trascurare che la
fase autarchica dell’economia impone alle padrone di casa una saggia gestione
del reddito, specie di quello autoprodotto
ed ancor più dove un contratto di mezzadria lega i nuovi arrivati all’ente
gestore della bonifica.