Giustizia è fatta !

29 luglio 1900: a Monza Gaetano Bresci uccide il re Umberto I

di Alessandra Colla

 

I.

 

Il 6 giugno 1898, firmando il famoso dispaccio di congratulazioni a Bava BeccarisIl generale Bava-Beccaris per il modo in cui si era condotto nei fatti di Milano, Umberto I di Savoia firmava anche la sua condanna a morte.

Inconsapevolmente, si è detto: ma risulta difficile credere che un monarca, dopo essersi comportato col suo popolo come Umberto (nel solco della tradizione sabauda) fece col popolo italiano, potesse ancora illudersi di essere, se non amato, quantomeno al riparo da tentazioni regicide. E dire che di esperienze in merito ne aveva già avute: la prima il 17 novembre 1878, a Napoli, per mano del cuoco Giovanni Passanante (o Passannante), in occasione della visita regale alle principali città italiane dopo il semestre di lutto per la morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta il 9 gennaio dello stesso anno; e la seconda il 22 aprile 1897 (ventinovesimo anniversario delle nozze di Umberto con la cugina Margherita), a Roma, quando viene aggredito dal fabbro ferraio Pietro Acciarito mentre si reca su una semplice “vittoria” al Derby Reale delle Capannelle.

Del resto Umberto, soprannominato il “re buono” per essersi mostrato di persona sulle rovine del terremoto di Casamicciola nel 1883 e fra i malati di colera a Napoli nel 1884, non è molto apprezzato neanche nelle alte sfere: il 20 novembre del 1893(genetliaco della regina Margherita), «in un banchetto palermitano offerto a Rudinì, non si osa fare un brindisi alla sovrana, tanto è scaduto il prestigio della corona. Rudinì assicura che non si nutre odio per Umberto, il re buono, perché “lo si ritiene buono... a nulla”»1. L’episodio non è isolato, ma rispecchia un clima piuttosto diffuso in quegli anni: in particolare, «i giudizi che, tra il ‘92 e il ‘94, i collaboratori e le persone vicine danno del sovrano sono un po’ tutti di questo tono, e completano un quadro assai negativo. Annoiato di non essere libero di sé, Umberto è quasi sempre a caccia e se Farini vuole informarlo, o sentirne il parere, deve rassegnarsi ad andare a caccia anche lui, scoprendo, mentre gli cammina a fianco, che il re spesso non sa nulla, non legge nemmeno i giornali. Per Brin, il re è loquace e inetto; per Rattazzi e Fortis, è un debole; per Gadda, è grandemente scaduto e tutti ne dicono male; agli occhi di Farini, i suoi torti sono in primo luogo di essere troppo buono con tutti, ma anche di essere poco schietto, volubile e, per giunta, un colabrodo: “Dal re ai ministri, il pettegolezzo e le notizie tendenziose scendono ai giornali” [...] Qualche volta Farini è assalito dal dubbio che il re capisca poco. Non è, invece, un dubbio per Ferraris: Umberto, dice, è troppo inferiore al suo ufficio. E Vitelleschi: la Casa di Savoja è un cataplasma che l’Italia ha sullo stomaco”»2.

Tutti questi giudizi, si badi, provengono da ambienti governativi e monarchici: Benedetto Brin, torinese, ammiraglio e deputato di Livorno e di Torino, fu ripetutamente ministro della marina tra il 1876 e il 1897 nonché ministro degli esteri nel 1892-93 (gabinetto Giolitti); Alessandro Fortis, deputato di Forlì, che era stato con Garibaldi a Mentana per passare poi dalla parte dei monarchici costituzionali, fu sottosegretario all’interno col primo gabinetto Crispi, ministro dell’agricoltura nel 1898-99 e presidente del consiglio nel 1905-6; Giuseppe Gadda, deputato di Saronno ed Erba, senatore dal 1869, fu prefetto a Perugia e Roma, concludendo la sua carriera politica come ministro dei lavori pubblici con Lanza; il liberale conte Luigi Ferraris, deputato, senatore e sindaco di Torino, fu ministro di grazia e giustizia con Di Rudinì nel 1891; il marchese Francesco Vitelleschi-Nobili, romano, fu senatore. Ma i taglienti giudizi sul figlio di Vittorio Emanuele II non sono una novità: il 7 giugno 1863 Silvio Spaventa, dopo aver accompagnato il giovane principe Umberto in un viaggio negli Abruzzi, così scriveva al fratello Bertrando: «[...] il giovane [Umberto] è purtroppo ignorante: vale a dire non ha la cultura necessaria ed adeguata a’ tempi ed al grado suo. Ha diciannove anni; ha fatto regolarmente gli studi di scuola d’ogni sorta, compreso il diritto costituzionale insegnatogli dal Mancini, ma dopo la scuola, non ha fatto altro e non fa altro, e non mi pare abbia voglia di altro. E questo forse non è piccolo male»3.

Ma non si creda che la buona fama del Savoia avesse subito una flessione in seguito — che so? — allo scandalo della Banca Romana o alle storie chiacchieratissime di donne e donnine molto diverse dalla legittima Margherita: la vita di Umberto è da sempre accompagnata da critiche aspre e numerose, provenienti da ogni dove.

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