Giustizia è fatta !

29 luglio 1900: a Monza Gaetano Bresci uccide il re Umberto I

di Alessandra Colla

 

II.

 

«Ei prode campion d’Italia ella pietosa adjutrice dei miseri»

Già nell’aprile del 1868, in concomitanza con le nozze di Umberto e Margherita, una fatale coincidenza vuole che si discuta la famigerata tassa sul macinato — due lire per ogni quintale di grano, che provocano prima scioperi operai e poi tumulti contadini, entrambi stroncati con l’ausilio delle truppe; il pesante bilancio della repressione di questi moti — i primi a sfondo sociale nel neonato Regno d’Italia, che per l’occasione ode ancora grida di “Viva Francesco IV” e “Viva Pio IX” — è di 257 morti, 1099 feriti e 3788 arrestati. Fatale coincidenza, dicevamo: trent’anni dopo, i fatti si ripeteranno, assai più gravi e forieri di ben altri esiti per la dinastia sabauda. Le auguste nozze sono appena turbate dall’eco lontana di quegli accadimenti sanguinosi, ma gli osservatori più accorti cominciano a intravedere l’abisso che inizia a scavarsi tra la facciata di una monarchia sfarzosa e sicura di sé e la cruda realtà di una nazione lacerata da irrisolte problematiche sociali. E mentre già il popolo si interroga sulle effettive capacità di Umberto sovrano (su Umberto soldato esiste da tempo una leggenda eroica), appare subito chiaro che toccherà a Margherita impegnarsi nel tentativo di risollevare le sorti di una dinastia appena affacciatasi alla scena unitaria e già minacciata dai fischi del loggione: l’aulico Giovanni Prati, in una poesia d’occasione sulle regali nozze, dichiara senza mezzi termini «Margherita, una grande speranza / per l’Italia comincia da te»; e Giuseppe Giacosa, incaricato dal municipio di Torino di scrivere un inno-cantata da mettere in scena, individua nella coppia principesca il “doppio onore” dei Savoia — forza e valore in lui, grazia e bellezza in lei; e così esorta (profetico o menagramo?) la novella sposa: «Sii benigna e cerca il pianto / fatti l’Angiol nel dolor» — e in verità la “povra tota” (in piemontese “povera ragazza”, secondo l’espressione dell’allora ministro Giovanni Lanza) non dovrà faticare molto per trovarlo, il dolore: le innumerevoli corna di cui la gratificherà il pur amato consorte, la sempre più scarsa popolarità della dinastia cui apparteneva doppiamente (per natali e per matrimonio), una spiccata propensione reazionaria che offuscò a più riprese l’immagine della corte sabauda.

Ma torniamo alle nozze: mentre Torino gioisce con la casa reale, a Milano si agitano fermenti repubblicani, soprattutto dalle pagine del “Gazzettino Rosa”, diretto da Achille Bizzoni (già volontario con Garibaldi nel 1866 e nel 1870) e sul quale scrive il poeta anticesareo per eccellenza Felice Cavallotti. Il “Gazzettino Rosa” è animato da un piccolo ma agguerrito manipolo di repubblicani, fermamente intenzionati a evitare che la monarchia come istituzione «si trasformi in mito che, rivolgendosi al sentimento e alla fantasia, non consenta più un’analisi razionale della realtà. Bisogna, scrive il “Gazzettino Rosa”, battersi con intransigenza per una rigorosa moralizzazione della vita pubblica, bisogna rivelare al popolo le vergogne che sono dietro la terza Italia regia. [...] il “Gazzettino Rosa” indirizza i suoi strali prevalentemente sull’erede al trono. Il “Rosa” vuole impedire che l’Italia vera resti coperta da un velo zuccheroso di retorica dinastica e il ’68 è un anno cruciale per questa battaglia. La monarchia ha i poeti dalla sua? La democrazia ha Cavallotti, un poeta non classico e per eruditi, come Carducci, ma romantico e facile, capace di conquistare il cuore della gente umile e onesta; Cavallotti dalla penna sempre pronta a denunciare le ingiustizie, l’uomo dai molti duelli, dai molti amori, dall’oratoria infiammata»4: di fatto basta guardarsi intorno per cogliere mille segnali inquietanti, sufficienti da soli a dare egregiamente il polso di una situazione che a Torino si vuole ignorare.

Come struzzi, i Savoia e la loro corte sanno perfettamente che la dinastia non sta attraversando un momento dei più favorevoli, ma si ostinano a nascondere la testa sotto la sabbia dell’esteriorità e della propaganda: eppure, proprio mentre a Torino si firma il contratto di nozze, la mattina del 21 aprile, i muri di Milano si ricoprono di scritte chiaramente sovversive: «Gridiamo come a Bologna: abbasso la monarchia, viva la repubblica»; il Mezzogiorno è dilaniato dalla guerra civile — ché altro non è la famosa “lotta al brigantaggio” —: nei giorni dal 23 marzo al 30 aprile si contano almeno 10 briganti uccisi e altri 10 arrestati nel corso degli scontri a fuoco con le regie truppe, 12 arrestati nei paesi, 28 costituitisi spontaneamente; contemporaneamente la Sardegna e subito dopo l’Italia meridionale sono letteralmente invase dalle cavallette: la biblica piaga, unitamente alla guerra con l’Austria del 1866, alla durezza dell’inverno 1867-68 e alla famigerata tassa sul macinato, mette in ginocchio l’economia nazionale; mentre il governo riduce le spese e aumenta le tasse, i lavoratori a reddito fisso vedono abbassarsi ulteriormente il loro già misero tenore di vita; dulcis in fundo, soltanto cinque giorni prima delle nozze principesche viene segnalato un repentino e terribile progredire del vaiolo — soltanto a Milano si contano ben 93 ricoverati.

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