Giustizia è fatta !
29 luglio 1900: a Monza Gaetano Bresci uccide il re Umberto I
di Alessandra Colla
III.
Dietro la facciata
Fra i molti componimenti poetici che piovono sulla coppia reale, uno soltanto
pesa come un macigno: s’intitola Le auguste nozze e l’autore è, naturalmente, il
Cavallotti; che dedica il carme non già agli sposi, bensì — polemicamente — a
Giovanni Prati, sempre pronto a tesser le lodi della monarchia sabauda.
Cavallotti, seppure in versi, parla chiaro: c’è poco da gioire per queste nozze,
dice, perché oggi in Italia si piange, e la gioia dei sovrani è destinata a
finire presto quando non è anche gioia di popolo; il contadino contempla
desolato i figli macilenti e i campi devastati dalla carestia e dalle tasse, e
così saluta Margherita:
Salve! Salve! ghirlande ingemmate
intrecciamo alla bionda regina
colle angosce dell’arsa officina,
della gleba col pianto e i sospir.
Segna il volger dell’ore beate
ogni giro del mesto istromento
e misura il contato frumento
cogli istanti del vostro gioir.
(Il “mesto istromento” è il marchingegno, richiesto dalla tassa sul macinato e
messo a punto dall’implacabile burocrazia, per misurare meccanicamente le
quantità di grano mietuto e vagliato).
Anche il giro di propaganda dinastica su e giù per la penisola, intrapreso dalla
coppia di freschi sposi, non avrà sempre l’esito desiderato: le tappe sono
Alessandria, Piacenza, Parma, Modena, Bologna, Firenze, Genova, Venezia, Milano
(con qualche giorno di riposo a Monza prima di ripartire, ma questa volta per
l’estero) e, alla fine dell’anno, Napoli, dove Umberto e Margherita risiederanno
e dove nascerà l’erede. Al fitto elenco manca Roma: il cardinale Antonelli aveva
pur autorizzato il passaggio per gli Stati pontifici (la breccia di Porta Pia è
ancora di là da venire),
ma
il motivo è un altro. Il fatto è che Roma si prepara alla macabra cerimonia
della decapitazione “ad esemplarità” (accompagnata cioè dall’esposizione delle
teste per la durata di un’ora dopo l’avvenuta esecuzione) di Giuseppe Monti e
Gaetano Tognetti, i due operai romani di parte garibaldina che il 22 ottobre
1867, nell’ambito dei fatti di Mentana, avevano minato e fatto saltare parte
della caserma Serristori. Il pontefice ha rifiutato la grazia; dovunque nel
Regno si aprono sottoscrizioni per le famiglie dei due sventurati; è poco bello
che i neosposi attraversino col loro corteggio nuziale la città fattasi lugubre.
Non può mancare il Cavallotti, che tra l’aprile e il novembre del 1868 sforna,
oltre al carme per le auguste nozze, ballate e “danses macabres” per il giorno
dello Statuto (concesso vent’anni prima da Carlo Alberto), l’anniversario della
fallita impresa di Mentana e il caso Monti-Tognetti. Nella fosca immaginazione
del Cavallotti, così efficace nella sua retorica voluta e pedagogica, mentre la
carrozza principesca avanza alla volta di Roma appaiono i cadaveri dei due
giustiziati che si rivolgono così a Margherita:
O bionda fanciulla dal candido velo
è fosca di sangue la luna nuzial
sul trono sabaudo s’annuvola il cielo
s’addensano l’ombre di notte fatal.
Oh!, fuggi allo scherno dei giorni più ignavi
O fior di Savoia, sta il nembo su te:
il pianto ed il sangue di martiri e schiavi
più squallido fato preparano ai re.
Di nuovo: presagio? malaugurio? Comprensibile la seconda ipotesi; quanto alla
prima, forse non c’era bisogno di essere veggenti per immaginare che l’andazzo
impresso da casa Savoia alle vicende italiane avrebbe finito col provocare
qualche grosso guaio.