Giustizia è fatta !

29 luglio 1900: a Monza Gaetano Bresci uccide il re Umberto I

di Alessandra Colla

 

IV.

 

Ritorno a casa

Concluso il tour de force nuziale, Umberto e Margherita tornano a casa, cioè a Napoli. Non si è ancora spenta l’eco delle celebrazioni in onore dei due sposi regali che già cominciano a serpeggiare con insistenza voci inquietanti su di un presunto matrimonio “bianco” imposto da Umberto, ancora innamorato della duchessa Eugenia Litta Bolognini, alla consapevole e affranta Margherita. Intanto gli scandali dei tabacchi, del processo di Tombolo e della fucilazione del caporale Barsanti gettano ombre cupe sulla corte sabauda.

L’unico momento luminoso sembra, alla fine del giugno 1869, quello dell’annuncio che Margherita è in dolce attesa. Niente matrimonio “bianco”, dunque: la dinastia è salva. Il lieto evento si compie l’11 novembre, mentre la salute del re Vittorio Emanuele desta qualche preoccupazione (tanto da fargli sposare religiosamente, il 9, la sua Rosina). L’Italia esulta — quasi tutta, almeno; a distinguersi però è Napoli, dove il municipio, fra altri generosi provvedimenti, elargisce polizze di assicurazione da cento lire per i nati l’11 novembre da madre vedova (l’Alfassio Grimaldi, che stiamo saccheggiando, nel riportare il fatto commenta: «non saranno stati una folla», p. 74); e offre al principino una culla in tartaruga, madreperla e corallo di gusto atroce, che non mancherà di sollevare polemiche sociali piuttosto che estetiche. Infatti, mentre il filomonarchico “Pungolo” sottolinea commosso che i bambini delle scuole dei Veterani hanno offerto ottanta lire raccolte soldino su soldino come contributo alla culla, l’inesorabile “Gazzettino Rosa” bolla l’accaduto come roba da medioevo: «quei poveri fanciulli si sono levate di bocca parecchie chicche, ed analoghe castagne per contribuire a comperare una culla; loro che per la massima parte per culla ebbero l’immondo tettuccio che la Provvidenza nella sua alta sapienza e giustizia distributiva, concede al figlio del povero»; siamo dunque al punto che si fanno collette per i prìncipi, «e queste collette, nel mentre siamo circondati da miserie d’ogni sorta, si lasciano fare dai figli del povero, non per sollevare le miserie di qualcuno più povero di loro, ma per contribuire a comperare una culla ad un figlio di re».

 

Il Re è morto, viva il Re

Passano gli anni, arrivano il 1870 con la breccia di Porta Pia e il 1871 con la Comune di Parigi e l’internazionalismo bakuniniano; gli anarchici cominciano a dar voce allo scontento popolare e alla protesta contro uno Stato visto soltanto come sfruttatore e affamatore della “povera gente” — contadini e operai. Nel corso degli anni prendono corpo, qua e là per la penisola, numerosi tentativi insurrezionali: nell’agosto del 1874 gli anarchici, dando seguito ad alcuni appelli del “Comitato italiano per la rivoluzione sociale”, organizzano un tentativo insurrezionale a Bologna, a Firenze e in Puglia, che però viene stroncato sul nascere a causa del tradimento di alcuni partecipanti; a Bologna, dove la rivolta ha avuto un minimo di visibilità, vengono arrestate settanta persone: processate fra il 15 marzo e il 16 giugno del 1876, verranno tutte assolte e rimesse in libertà. L’anno dopo, alcuni anarchici internazionalisti ci riprovano: fra il 5 e il 12 aprile 1877, la “Banda del Matese”, fra cui spiccano Carlo Cafiero ed Errico Malatesta, si inoltra nei monti fra Benevento e Campobasso proclamando in numerosi piccoli comuni la rivoluzione sociale, aboliscono la tassa sul macinato, sabotano i “mesti istromenti” cantati dal Cavallotti e bruciano gli archivi. Una massiccia mobilitazione dell’esercito ha la meglio sul vivace ma sparuto gruppo di ribelli, che vengono processati a Benevento fra il 14 e il 25 agosto 1878: tutti assolti.

Ormai gli animi e i tempi sono maturi per porre fine alla favola bella della monarchia sabauda: il 9 gennaio 1878 muore Vittorio Emanuele II, forse l’unico vero simbolo di un’impossibile unità. Umberto viene acclamato re d’Italia, ma non mancano i dubbi sulle sue reali capacità.

Devono passare sei mesi di lutto dalla morte del primo re d’Italia perché il secondo possa intraprendere un altro viaggio di propaganda per il paese: La Spezia, Torino, Milano, Bergamo, Brescia, Vicenza, Venezia, Verona, Como, Mantova, Bologna, Firenze e finalmente, il 17 novembre 1878, Napoli: tra la folla in tripudio appare come una cupa meteora Giovanni Passanante (Passannante, per alcuni). Il suo coltello scalfisce appena il braccio del re, che scatta in piedi colpendo con una piattonata alla testa l’attentatore, al quale la regina ha gettato in faccia il suo mazzo di fiori gridando nel contempo al Cairoli “Salvi il re!”. Insomma, un nulla di fatto per Umberto, che esce dall’avventura aureolato di martirio. La fine, invece (e che fine!) per il disgraziato cuoco di Salvia in provincia di Potenza, prima voce a levarsi alta contro l’ingiustizia sociale del Regno d’Italia.

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