La Dagherrotipia
di Gabriele Chiesa
I.
L'immagine della fotografia è per noi strettamente correlata all'idea del rettangolo di carta che ne costituisce il supporto; cartoncino e raffigurazione si presentano oggi come un insieme inscindibile che non consente reali alternative.
Durante
tutto
l'800 la situazione era ben diversa; ogni rappresentazione fotografica veniva
indicata con un nome speciale perché l'originalità di ciascun procedimento
conduceva ad oggetti che non potevano essere tra di loro confusi. Di queste
immagini ne furono certamente prodotte quantità enormi, ma il tempo e la
delicatezza connaturata ai materiali le hanno rese veramente poco comuni.
Dagherrotipia, calotipia, ambrotipia, ferrotipia occupano un posto di particolare interesse nel campo del collezionismo delle fotografie d'epoca e meritano di essere separatamente considerate. Tutte queste forme di rappresentazione si affermano in gran parte grazie al favorevole atteggiamento della borghesia in ascesa, molto disponibile verso tutto ciò che può essere in grado di nobilitarla. La raffigurazione personale, fino ad allora privilegio dei nobili e dei ricchi mercanti, diventa ragionevolmente accessibile a tutti quelli che non sono nella condizione di dover lottare quotidianamente per la sopravvivenza. Il materiale costoso e le raffinate manipolazioni che il processo dagherrotipo richiedeva non resero comunque mai veramente popolare questa tecnica e il possesso di un tale ritratto equivaleva alla proprietà di un vero gioiello, quasi pregevole come la miniatura.