La Dagherrotipia

di Gabriele Chiesa

 

III.

 

Esistono anche raffinatissimi medaglioni che le signore portavano al collo e dagherrotipie, queste meno interessanti dal punto di vista estetico, montate come quadretti da appendere. L'enorme complessità della realizzazione, la difficoltà del reperimento dei materiali adatti, l'ardua tecnica richiesta, costituiscono la migliore garanzia di autenticità e rendono praticamente impossibile l'esecuzione di falsi che non potrebbero assolutamente risultare remunerativi. Le imitazioni stesse, a questo punto, non sarebbero indegne di una collezione.

L'anno ufficiale di nascita della dagherrotipia è il 1839, in seguito all'annuncio della scoperta di Louis Jacques Mandé Daguerre, che venne pubblicamente spiegata dallo scienziato Arago il 19 agosto.
La lastrina di rame argentato veniva pulita e lucidata con pazienti procedimenti manuali e sensibilizzata attraverso l'esposizione ai vapori di iodio; questo trattamento andava a formare un leggero velo opaco di ioduro d'argento caratterizzato dalla proprietà di essere fotosensibile. La lastra veniva preparata nel buio quasi assoluto ed osservata di tanto in tanto, finché assumeva una colorazione dorata

A questo punto era pronta per essere inserita nella camera oscura, che da questo momento si avvierà a diventare una vera macchina fotografica. L'esposizione veniva valutata ad esperienza e durava un tempo che, anche in giornate di sole e servendosi dei migliori obiettivi allora disponibili, durava comunque alcune decine di secondi. Fu solo con il perfezionamento del processo di Daguerre, con la sensibilizzazione al cloro (Claudet) e l'uso del bromo, che fu possibile eseguire ritratti nitidi e con gli occhi dei soggetti aperti. Una certa immobilità era comunque sempre richiesta e le immagini che ci sono rimaste testimoniano spesso la tensione delle persone che si facevano riprendere. Ricordiamoci pertanto che la ieraticità era una condizione necessaria piuttosto che una scelta deliberata. La dagherrotipia era comunque ben più sopportabile delle interminabili sedute imposte dalla raffigurazione pittorica. Lo sviluppo della lastrina veniva effettuato con l'azione dei vapori di mercurio che producevano una patina chiara nei punti colpiti dalla luce, l'appannamento dello ioduro nelle zone rimaste più in ombra veniva eliminato con un lavaggio in acqua calda salata, presto sostituito dal fissaggio in soluzione di tiosolfato di sodio (iposolfito). L'effettiva visione della figura è possibile solo orientandosi in modo che sulla superficie speculare si rifletta qualcosa di oscuro, in caso contrario si osserva una sorta di negativo. La tecnica ottico-chimica impiegata fa sì che il dagherrotipo sia sempre esemplare unico. In Italia è piuttosto difficile reperire pezzi di origine sicuramente nazionale, dato che gli antiquari trovano più comodo acquistare in Francia o in Inghilterra dove l'offerta è certamente meno limitata.

 

 

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