|
|
XXXI.
...
Se ci penso, trovo che solo qui ho cominciato a riflettere su ciò che
mi sta attorno, ma senza risultati positivi. Si dovrebbe meditare
spesso, ma ci vuole molto tempo. Non dovrebbe poi essere tanto grave,
dal momento che non ho mai avuto tanto tempo come in questa guerra e
specialmente qui a Stalingrado. Giorni fa ho parlato con il cappellano,
siamo stati a parlare a lungo, senza trovare un punto d'incontro, perché
a me il dolore sembrava più grande della possibilità di confortarlo.
Il cappellano riteneva che siamo giunti a un punto in cui deve cessare
la filosofia e incominciare la religione. Uno di noi due ha certamente
ragione, ma mi sto domandando se sia proprio tanto importante. Continuo
a meditare e a tormentarmi e me ne sto delle ore seduto nel bunker. Pregiatissimo
signor consigliere, non abbiamo più cose private di cui parlare ed io
sono molto contento di non aver legami familiari come gli altri miei
camerati. Devono essere pensieri terribili, ansie logoranti, capaci di
portare un uomo alla disperazione. Questa continua paura per la moglie
ed i bambini e non so che altro ancora. Sento quotidianamente i loro
discorsi e talvolta è tragico e tal altra ridicolo, come tutto venga
preso sul serio e soprattutto come il singolo si prenda sul serio.
Parlano del lavoro e si domandano se la casa non sarà stata
danneggiata, o si preoccupano dei pacchi che vanno e vengono. Anch'io ho
pensato spesso a ciò che ci potrebbe essere in quei pacchi che si
spediscono da Stalingrado. C'è qui con me un camerata di Leudenscheid
che, in ogni lettera, chiede come sta il gatto. Che cosa grottesca.
Denaro, professione, posizione, averi. Ma soprattutto c'è l'angoscia
per la propria sorte, e di questa angoscia sono piene molte delle loro
lettere. Potrei rivoltarmi dallo schifo, nel vedere come si comportano. Un'ora
fa, un camerata del mio bunker, capitano, mi chiese se non avessi
sentito che i russi avevano sfondato nel nord. Come se ciò potesse
mutare la situazione! Ora tutti strisciano verso il centro, ma l'ansia
con la quale ciò avviene fa sorgere il dubbio che essi lo facciano per
cercare una via di scampo. Ma non ci sono vie di scampo che
corrispondano ai loro desideri. L'angoscia li deruba della loro facoltà
di ragione, del loro intelletto, se pur ce l' hanno. E non si accorgono
nemmeno di quanto poco sono uomini, di quanto sono ridicoli. Riesco
a vedere solo a cento metri e posso osservare circa cento uomini. Uno
uguale all'altro. Cioè tutti vigliacchi. Di tanto in tanto ne vien giù
uno di corsa per il pendio o ne arriva uno barcollando direttamente dal
fronte. Non appena arriva quaggiù, scuote meravigliato la testa. Non
possiamo vincere una guerra con gente come questa, e tanto meno questa
guerra. La sola cosa buona è che il fronte si comporti diversamente da
questo mucchio sconsolato e raffazzonato di uomini provenienti da tutte
le parti con le mansioni più diverse. Mi chiedo quale sia veramente la
mia parte. Sono un eroe o cosa? Lo
sono, forse perché non mi comporto come una gallina spaurita che corre
qua e là starnazzando di nido in nido? Lo sono, forse perché non
afferro parole d'ordine e non le diffondo, perché di notte dormo quieto
e non tengo discorsi su ciò che farò il giorno tale e talaltro?
. Signor
consigliere, Stalingrado è una buona scuola per il popolo tedesco,
peccato solo che coloro cui viene impartita oggi questa istruzione,
difficilmente la potranno valorizzare più tardi. Si dovrebbe poterne
fissare il risultato. lo sono fatalista, le mie necessità personali
sono così minime che, quando in un qualsiasi momento il primo russo
entrerà dalla porta, potrò prendere il mio tascapane ed andargli
incontro. Non sparerò, perché diavolo dovrei farlo? Per ammazzarne uno
o due che io non conosco? E neppure mi ammazzerei, perché dovrei farlo?
Per rendere un servizio a qualcuno, forse al sig. Hitler? Ho imparato in
questi quattro mesi in cui sono in guerra, certamente più di quanto non
avrei potuto imparare in una vita di cent'anni. Mi rincresce soltanto di
trovarmi obbligato a finire i miei giorni in così miserevole compagnia.
|
|
|
|
|
Soldati: si sta come
d’autunno |