XXXII.

... Che sarà di noi ora, nessuno lo sa, io però credo che siamo alla fine. Sono parole dure, ma dovete intenderle per quel che sono.

Tutto è cambiato dal giorno in cui me ne andai e divenni soldato. Allora vivevamo ancora nella prospettiva, che si nutriva di mille speranze e di mille attese, che tutto un giorno sarebbe certamente finito bene. Ma già allora, dietro le parole di addio che dovevano consolare la nostra felicità di marito e moglie, durata due mesi soltanto, si nascondeva un'ansia paralizzante. Mi ricordo ancora una tua lettera, in cui mi scrivevi che avresti voluto prender ti la faccia fra le mani e dimenticare. Ed io ti scrissi allora che era necessario e che le notti, qui, all'Est, erano molto più scure e pesanti che non a casa.

Queste scure notti sono rimaste, e si son fatte ancora più scure, come mai l'avrei immaginato. In notti simili si cerca spesso di scrutare il significato pili recondito della vita, e talvolta si ha una risposta. Ora fra noi stanno lo spazio e il tempo ed io sto varcando la soglia che ci divide in eterno dal nostro piccolo mondo, e ci introduce in quello più grande, più pericoloso, che ci annienta. Se avessi potuto lasciarmi dietro le spalle i giorni della guerra, allora soltanto avrei capito cosa significa essere marito e moglie, nel senso più giusto e più profondo. Ma anche ora, che queste sono le mie ultime righe per te, lo so.  

 

Soldati:

 si sta come d’autunno

 sugli alberi le foglie

 

 

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