La Rivoluzione Francese

di

Lucio Dottami

I.

 In misura assai maggiore di quanto avvenne per le Rivoluzioni Inglesi del Seicento e per quella Americana, la Rivoluzione Francese ebbe un'influenza vasta e immediata sulla vita degli altri paesi.
La Francia era all'epoca il centro culturale e civile del mondo, ad essa guardavano le classi più illuminate delle altre nazioni.
Essa appariva anche lo stato più ricco e potente, ma in realtà era bloccata all'interno da incongruenze strutturali che la spingevano fatalmente verso il caos.
Di nome era una monarchia assoluta, ma di fatto il potere della nobiltà e del clero si sovrapponeva alla autorità regia in una rete inestricabile.
Ad esempio era complicatissimo il groviglio delle leggi: nel centro e nel sud del paese si incrociavano circa trecento diversi costumi giuridici; la disorganizzazione era inoltre aggravata dalla mancanza quasi assoluta della libertà personale.
Ancor più squilibrato era però il sistema fiscale: quasi tutte le tasse gravavano sui ceti popolari e borghesi, mentre la nobiltà e il clero, le classi cioè che detenevano la stragrande maggioranza dei beni, non solo erano esenti da quasi tutti i tributi, ma potevano anche imporne ai componenti degli strati sociali inferiori.
La tassa fondamentale era la "taglia"; ad essa si aggiungevano la "decima", la "capitation" e la "gabella".
Le incongruenze amministrative, giudiziarie, finanziarie e fiscali ne riflettevano un'altra fondamentale, la divisione cioè della società in tre classi ferreamente distinte: il clero, la nobiltà e il terzo stato.
Il clero si divideva in "alto clero", quasi esclusivamente di origine aristocratica (ricco di beni materiali assai più che di virtù religiose), e in "basso clero" che viveva miseramente in mezzo al popolo e ne divideva le sofferenze e le speranze.
Clero e nobiltà costituivano un'esigua minoranza della popolazione con le sue 300.000 unità di fronte a oltre 23 milioni di non privilegiati.
L'assolutismo regio aveva tolto agli aristocratici la funzione politica, ma a loro erano gelosamente riservate le cariche ecclesiastiche, militari e di Corte.
Del terzo stato facevano parte sia i borghesi che gli artigiani e i rurali; queste due ultime categorie erano quelle che dovevano subire le condizioni più penose, in particolare i "giornalieri" vivevano nella più sordida miseria: mal nutriti, vestiti di stracci, alloggiati in stamberghe (o addirittura in capanne) e impossibilitati a organizzarsi, erano compensati in maniera irrisoria per le giornate lavorative che non di rado raggiungevano le sedici ore al giorno.
I borghesi, generalmente ricchi, istruiti e imbevuti della filosofia illuministica, tendevano ad abbattere la barriera di privilegi che li divideva dai nobili e dal clero; politicamente più maturi delle altre classi, aspettavano l'occasione propizia per imporre la loro presenza nel governo dello Stato.
Tale occasione venne con la grave crisi finanziaria che investì tutta la Francia intorno all'anno 1770.

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